Arresto cardiaco, italiani bocciati
Solo il 16% degli italiani interverrebbe con le manovre di rianimazione, il 29% si limiterebbe a chiamare i soccorsi

27 Ottobre 2025
Solo il 16% degli italiani, in caso di arresto cardiaco, interverrebbe con le corrette manovre di rianimazione. Il 29% si limiterebbe a chiamare i soccorsi, il 21% offrirebbe supporto senza agire direttamente e il 32% agirebbe solo se guidato da un operatore al telefono.
Sono alcuni dei dati che emergono da uno studio dell’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, progetto sull’informazione consapevole nato nel 2023 dalla collaborazione tra Credem e Almed (Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), rilanciato dall’Italian Resuscitation Council (Irc) in occasione della Giornata Internazionale della Rianimazione Cardiopolmonare che cade ogni 16 ottobre. Tra le principali resistenze, la paura di peggiorare la situazione (56%) e la scarsa conoscenza delle manovre di emergenza (42%).
Sebbene il 63% degli italiani si dichiari abbastanza (57%) o molto (6%) informato sull’arresto cardiaco, solo il 24% saprebbe definirlo esattamente e appena l’11% distinguerebbe correttamente un arresto cardiaco da un infarto. La partecipazione a corsi di primo soccorso è ancora bassa: il 74% del campione non ne ha mai frequentato uno e il 12% non ricorderebbe le indicazioni ricevute nei corsi che ha seguito. Il restante 14% ha svolto una formazione specifica sul tema e ne ricorda bene i contenuti. Il 20% del campione conosce i defibrillatori automatici esterni (DAE) e sa come funzionano, mentre circa il 70% li ha solo sentiti nominare, e il 5% non sa cosa sono.
L’84% di chi non ha mai seguito un corso sarebbe interessato a partecipare a una formazione, anche breve, della durata di 4-5 ore.
“Questi dati evidenziano l’urgenza di promuovere una maggiore consapevolezza tra i cittadini e di dare piena attuazione alla legge italiana 116/2021, che introduce interventi mirati per intervenire in modo più efficace in caso di arresto cardiaco, come la formazione obbligatoria a scuola sul primo soccorso, e per aumentare le probabilità di sopravvivenza”, dichiara in una nota Andrea Scapigliati, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC), docente di anestesia e rianimazione dell’Università Cattolica e responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Terapia Intensiva cardiochirurgica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS.
“Le tecniche di primo soccorso – prosegue Scapigliati – dovrebbero essere insegnate fin dalla scuola, trasmesse ai giovani e agli operatori delle strutture sportive, integrate nei percorsi per il conseguimento della patente di guida e diffuse il più possibile nella popolazione. In questa direzione si inserisce l’accordo recentemente siglato da IRC con l’Unione Nazionale Autoscuole e Studi di Consulenza Automobilistica (UNASCA), volto a promuovere l’inserimento della formazione sul primo soccorso nei corsi per futuri automobilisti. Un altro strumento previsto dalla legge, ma ancora adottato solo in alcune regioni, è l’app nazionale per smartphone che consente di localizzare i defibrillatori automatici esterni (DAE) presenti sul territorio, facilitando un intervento tempestivo.
Purtroppo l’uso dei defibrillatori in Italia prima dell’arrivo dei mezzi di soccorso su soggetti colpiti da arresto cardiaco in ambiente extraospedaliero è ancora molto basso: 6,4 per cento contro una media del 20 per cento nei Paesi Europei.
Ogni anno, infatti, in tutto il mondo tante persone perdono la vita per un arresto cardiaco, ma una più diffusa conoscenza delle manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP) potrebbe evitare molte morti.
Questo perché, durante i primi minuti di arresto cardiaco, una certa quota di ossigeno è ancora presente nel sangue e nei polmoni della vittima e le compressioni toraciche esterne iniziate immediatamente possono far rimanere in circolo questo ossigeno scongiurando danni irreversibili agli organi e in particolare al cervello. È questione di tempo: saper agire mettendo in pratica alcuni semplici gesti negli istanti successivi all’arresto cardiocircolatorio aumentano la percentuale di sopravvivenza del paziente da due a quattro volte.


